Il gusto del vino “dopo una vacanza” secondo Hume (e secondo noi)

il gusto del vino dopo una vacanza

C’è una scena che si ripete da anni, sempre uguale e, in fondo, rassicurante: un bicchiere, una luce neutra, qualcuno che parla. Parole precise, ordinate, spesso impeccabili: struttura, equilibrio, persistenza, complessità e poi, alla fine, quasi con pudore: “È un vino molto buono”. 

Ma quando, esattamente, questo vino è stato bevuto? David Hume, se fosse seduto a quel tavolo, probabilmente sorriderebbe con una certa ironia scozzese. Non perché disprezzi la competenza, al contrario, il buon giudizio è anche frutto di esperienza, ma perché sa bene che il piacere non nasce da una dimostrazione; il gusto non si deduce bensì si prova.

Nel vino, invece, abbiamo spesso compiuto l’operazione opposta: abbiamo costruito un sistema che pretende di spiegare il piacere prima ancora che questo accada. Come se la ragione potesse precedere la sensazione, come se fosse possibile capire completamente un vino senza averlo davvero vissuto. Il problema è che il vino non è un oggetto isolato; non è semplicemente una somma di parametri, né una formula da decifrare: è un’esperienza contestualizzata.

Basta uscire da una degustazione tecnica e sedersi a tavola per rendersene conto. Lo stesso vino, nello stesso giorno, può sembrare diverso. Con gli amici diventa più generoso e scorrevole, al tramonto sembra più armonico, in una bella cantina acquista profondità, durante un viaggio o una vacanza può diventare addirittura memorabile. Chimicamente non è cambiato nulla ma è cambiato ciò che gli sta intorno.

Hume parlerebbe di associazione: la mente non registra le esperienze come elementi isolati, collega sensazioni, emozioni, persone, luoghi e circostanze. Il piacere nasce proprio dentro questa trama. Il gusto, dunque, non è mai completamente puro bensì è contaminato dalla vita ed è proprio per questo che è umano.

Un vino bevuto durante una vacanza, in un momento senza fretta e senza particolari aspettative, può apparire straordinario; qualche mese dopo, riaperta la stessa bottiglia a casa, può sembrare più semplice, meno sorprendente. Non necessariamente perché il vino sia cambiato ma perché è venuto meno il contesto: la luce non è la stessa, il tempo non è lo stesso, le persone forse non sono le stesse e soprattutto, non è più lo stesso il nostro stato d’animo.

Quando cerchiamo di isolare il vino da tutto questo per renderlo più oggettivamente valutabile, accade quindi qualcosa di paradossale: più tentiamo di comprenderlo separandolo dall’esperienza, più rischiamo di impoverirlo. È qui che nasce una certa forma di feticismo tecnico: nel tentativo di controllare il piacere, renderlo prevedibile, misurabile e spiegabile. Il piacere però non funziona così, accade o non accade e quando accade non ha bisogno di giustificarsi.

C’è poi un secondo momento, forse ancora più importante, che arriva quando il bicchiere è ormai vuoto: il momento in cui il vino diventa memoria. Succede dopo una cena, un viaggio, una vacanza ed è spesso lì che si decide il rapporto futuro con quella bottiglia. Chi torna a casa da un viaggio e cerca il vino bevuto durante le ferie difficilmente ricorda il suo livello di acidità, la struttura tannica o i descrittori aromatici utilizzati durante una degustazione; ricorda una sera, una luce, una compagnia, un paesaggio, una particolare sospensione del tempo. Quel vino diventa il modo più semplice per tentare di riavvicinarsi a tutto quello. Ancora una volta, Hume parlerebbe di associazione e abitudine: ciò che è stato vissuto insieme tende, nella memoria, a ritornare insieme. Il vino diventa così un attivatore del ricordo. Forse non lo ricompriamo soltanto per berlo di nuovo, lo ricompriamo anche per ricordare. E così, quando quella bottiglia viene riaperta a centinaia di chilometri dal luogo in cui l’abbiamo conosciuta, può persino apparire meno emozionante ma a quel punto la sua funzione è cambiata: non deve necessariamente sorprenderci ancora bensì deve evocare. Ed è proprio qui che molte delle categorie con cui siamo abituati a parlare di vino cominciano a mostrare i propri limiti. Un vino tecnicamente straordinario può lasciare pochissima traccia. Un vino apparentemente semplice può accompagnare un momento e diventare indimenticabile perché ciò che resta non è soltanto il vino, è l’esperienza. Questo non significa negare la tecnica, la competenza, il territorio o la qualità, significa ricollocarli al loro posto. La tecnica serve a costruire le condizioni affinché il piacere possa accadere. Il terroir non dovrebbe diventare una prova da superare o un concetto da dimostrare, ma il carattere di un vino deve essere capace di accompagnare un luogo e fissarlo nella memoria. Forse anche la grandezza di un vino andrebbe ripensata da qui.

Un vino non deve necessariamente essere difficile per essere interessante, non deve chiedere uno sforzo per essere riconosciuto come importante, può essere semplice senza essere banale, immediato senza essere povero, piacevole senza dover chiedere scusa. Per essere ricordato deve prima di tutto essere bevuto, per essere condiviso deve riuscire a parlare anche fuori dal linguaggio degli specialisti, per essere ricomprato deve aver lasciato una traccia.

Forse Hume ci suggerirebbe proprio questo: il valore di un’esperienza non risiede esclusivamente nella perfezione dell’oggetto che l’ha generata, ma nella sua capacità di diventare parte della nostra vita. Per questo il vino migliore, alla fine, non è necessariamente quello che si analizza meglio, è quello che accade, quello che resta, quello che si cerca di nuovo, quello che, anche molto tempo dopo e molto lontano, riesce a riportarci lì: dove siamo stati con piacere.

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