Roland Barthes, nei suoi Elementi di semiologia, pubblicati nel 1964, ci ha insegnato che le cose non significano soltanto ciò che sono. Esiste un primo livello, quello della denotazione: il significato più immediato, più letterale, apparentemente più innocente, e poi c’è quello della connotazione: tutto ciò che una cultura deposita sulle cose, fino a farle diventare qualcosa di molto più grande della loro semplice definizione.
Il vino, nella sua denotazione, è una bevanda ottenuta dalla fermentazione dell’uva. Potremmo fermarci qui e invece, per millenni, il vino ha connotato molto altro: convivialità, socialità, tradizione, cultura, paesaggio, umanità.
Oggi, però, facciamo qualcosa di ancora più radicale: non soltanto ci fermiamo alla denotazione, dimenticando tutto ciò che appartiene alla connotazione, ma restringiamo persino la denotazione stessa. Facciamo quella che, in retorica, si chiama sineddoche: prendiamo una parte e la usiamo per indicare il tutto. Nel caso del vino, quella parte è l’alcol. Il vino contiene alcol, dunque il vino diventa alcol: una parte prende il posto dell’intero. E così, nel discorso pubblico, il vino smette lentamente di essere una bevanda ottenuta dalla fermentazione dell’uva e diventa semplicemente una “bevanda alcolica”. Una bottiglia di vino, una birra, un distillato, un liquore possono allora essere accostati attraverso il loro minimo comune denominatore: l’etanolo. Già dal punto di vista chimico ci sarebbe qualcosa da obiettare ma è soprattutto dal punto di vista del significato che accade qualcosa di enorme. Mentre la denotazione del vino si restringe fino a coincidere con una sua componente, la sua connotazione scompare. il vino, per millenni, è vissuto soprattutto lì, nella connotazione.
Il vino connota convivialità, non perché bere insieme renda l’alcol meno alcol, ma perché per secoli il vino è stato un gesto condiviso prima ancora che una bevanda.
Connota socialità: una bottiglia che passa da una mano all’altra, una tavola, un brindisi, una festa, una discussione che si allunga oltre il necessario.
Connota cultura: il simposio greco, il banchetto romano, la liturgia cristiana, la poesia, la letteratura, la pittura, le osterie, le cantine, le feste di paese.
Connota paesaggio perché una vigna disegna il terreno, lo modifica, lo rende riconoscibile. Ci sono territori europei che senza la vite avrebbero un’altra forma e, forse, persino un’altra identità.
Connota tradizione: non quella imbalsamata nelle fotografie color seppia, ma quella fatta di gesti che passano da una generazione all’altra: potare, vendemmiare, pigiare, conservare, aspettare.
Connota umanità ed è forse questa la parola più importante, perché il vino è sempre stato profondamente umano. È imperfetto, variabile, dipendente dalle stagioni, incapace di essere perfettamente identico a sé stesso. Nasce dall’agricoltura, e quindi dall’attesa, nasce dalla fermentazione, cioè da qualcosa che l’uomo può accompagnare, governare in parte, ma mai dominare completamente ma soprattutto nasce per essere bevuto dentro una relazione.
Tutto questo appartiene alla connotazione del vino, e tutto ciò non è contenuto nella formula chimica., non appare sull’etichetta nutrizionale, men che meno entra nel calcolo dei grammi di etanolo. Eppure, è proprio tutto questo ad aver fatto sì che, per secoli, il vino non fosse semplicemente un liquido contenente alcol.
Il punto non è negare la presenza dell’alcol, sarebbe ridicolo, il punto è chiedersi che cosa accade quando una parte diventa il significato dell’intero.
Quando diciamo “vino” e pensiamo immediatamente “alcol”, abbiamo già compiuto un’operazione linguistica prima ancora che sanitaria. Abbiamo scelto quale caratteristica rendere dominante e, rendendola dominante, abbiamo lasciato in ombra tutte le altre. È così che funzionano i segni.
Barthes lo sapeva bene: una società non si limita a descrivere le cose. Le costruisce anche attraverso il modo in cui le racconta. Così il problema del vino contemporaneo potrebbe essere anche questo, non tanto aver perso la propria identità, quanto aver perso la propria connotazione. Il paesaggio resta, la vigna resta, la vendemmia resta, la cultura, la tradizione, la socialità restano ma tutte queste cose sembrano essere diventate accessorie, quasi decorative, mentre una componente chimica ha assunto il ruolo di significato principale. È una curiosa inversione. Per millenni l’alcol è stato una parte del vino, oggi rischia di essere il vino a diventare una parte dell’alcol.
Forse dovremmo allora tornare a chiederci non soltanto che cosa contiene un bicchiere di vino, ma che cosa significa perché tra le due domande c’è tutta la distanza che passa tra una sostanza e una cultura e il vino, prima di essere ridotto a una molecola, è stato per molto tempo una delle parole con cui gli uomini hanno raccontato il paesaggio, il tempo e, soprattutto, il piacere di stare insieme.


