Il complicato e il semplice: riflessioni su come sarebbe meglio bere e leggere

bere e leggere come fare

Il Complicato (ovvero: come riusciamo a non bere più vino e a non leggere più libri)

Il bere e il leggere sono oggi attività gravate da una colpa preventiva: quella di dover capire tutto prima di godere. Il vino deve essere interpretato e la pagina deve essere decifrata. Nulla può più semplicemente accadere. Il vino, ci dicono, va prima conosciuto: vitigno, suolo, esposizione, escursione termica, lieviti, solforosa libera, solforosa totale, filosofia del produttore, psicologia, infanzia dell’enologo e traumi dell’enologo. Solo dopo, forse, si può bere. Ma spesso non si beve più.

Il libro subisce lo stesso destino. Prima di leggerlo occorre sapere: contesto storico, scuola di appartenenza, ricezione critica, biografia dell’autore, sue ambiguità morali, le accuse che gli sono state mosse nel 1973, le successive assoluzioni, infine le nuove accuse. E mentre tutto questo viene chiarito, il libro resta chiuso.

Nel mondo del complicato, bere diventa un atto notarile e leggere una perizia giurata. Il gusto è subordinato alla correttezza, il piacere è sospetto, la spontaneità è dilettantismo. Qui domina l’ansia dell’errore: “E se non capisco questo vino?  E se fraintendo questo libro?” Ma l’errore, in filosofia come nel vino, è spesso l’unico accesso possibile alla verità.

Il Semplice (ovvero: bere come si respira, leggere come si cammina)

Il semplice non è il superficiale: è lo spontaneo. Bere bene, forse, significa questo: bere quando si ha voglia, con qualcuno, senza difendersi dal vino. Accettare che un vino possa piacere senza essere capito, e che possa essere capito senza piacere. Un vino non deve chiedere di essere spiegato, ma semplicemente degustato. Se poi racconta qualcosa, del luogo, dell’uomo, dell’anno, tanto meglio, ma prima deve venire l’incontro, non il dossier.

Leggere bene è simile. Leggere un libro non significa aprire il cofano di una macchina per smontare un motore ma significa semplicemente aprire una finestra. Si legge per vedere se accade qualcosa al di fuori della nostra stanza senza dover dimostrare di essere all’altezza del testo. Il lettore semplice accetta questa verità: non tutto va capito subito, non tutto va capito del tutto e alcune cose vanno solo percepite. Come nel vino, anche nella lettura c’è un tempo giusto: c’è il libro bevuto d’un fiato, quello sorseggiato, quello lasciato lì e quello che torna buono dopo anni, come una bottiglia dimenticata in cantina.

Il semplice non disprezza il sapere, ma lo mette dopo l’esperienza. Prima bevo, poi semmai studio.
Prima leggo, poi eventualmente interpreto.

Breve conclusione (quasi morale, ma non troppo)

Bere meglio e leggere meglio non significa bere vini migliori o leggere libri più difficili. Significa rimettere il corpo prima del commento. Il vino nasce per essere bevuto, il libro nasce per essere letto. Tutto il resto: guide, note, corsi, degustazioni, apparati critici, è utile solo se non si sostituisce al gesto originario. Forse la vera saggezza è questa: bere come se nessuno ci stesse valutando, leggere come se nessuno dovesse interrogarci dopo. Il complicato ci rende competenti ma il semplice ci rende vivi. E,  tra un uomo competente e uno vivo, il vino e la letteratura, sanno benissimo chi preferire. 

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