La piacevolezza del vino alla cieca nell’uomo comune

La piacevolezza del vino alla cieca nell’uomo comune

C’è un momento, raro e prezioso, in cui il vino torna a essere vino. Accade quando lo si beve alla cieca. Niente etichetta, niente prezzo, niente denominazione o marchi che sanno di titoli nobiliari. Solo un bicchiere, un naso, una bocca e un uomo qualunque. È in quell’istante che la piacevolezza torna a essere un’esperienza umana e non più un concetto tecnico.

L’uomo comune (categoria filosofica assai più interessante di quanto si creda) non beve per dimostrare qualcosa, non beve per riconoscere un vitigno, né per indovinare l’annata, né tantomeno per misurare l’acidità come se fosse un dato Istat. Beve per stare bene e quando beve alla cieca, senza saperlo, fa l’unica cosa davvero sensata: ascolta sé stesso. Alla cieca cadono le sovrastrutture. Il cervello, privato delle stampelle culturali, smette di recitare e comincia a sentire. Non c’è più il: “questo è importante quindi deve piacermi”, ma un molto più onesto: “mi piace o non mi piace”. È una forma di democrazia sensoriale: ogni vino vale uno, ogni bevitore vale uno, ogni palato ha diritto di parola.

La piacevolezza, in questo contesto, non è un parametro minore o ingenuo. È, al contrario, una sintesi raffinata. Piacevole è ciò che non stanca, che invita al secondo sorso, che non chiede attenzione ma piuttosto richiama la compagnia. Piacevole è ciò che si lascia bere mentre si parla d’altro. E l’uomo comune, quando è messo nelle condizioni di non dover giudicare (o peggio ancora di sentirsi giudicato), riconosce la piacevolezza con una precisione sorprendente. Curiosamente, alla cieca, molti vini “importanti” smettono di esserlo e molti vini semplici diventano memorabili. Questo non perché siano cambiati, ma perché è cambiato lo sguardo o meglio è scomparso lo sguardo, sostituito dal gusto. Il vino così diventa un’esperienza e non un oggetto da interpretare. C’è in questo un insegnamento che va oltre il vino. L’uomo comune, liberato dall’obbligo di capire, capisce meglio. Liberato dall’obbligo di riconoscere, riconosce ciò che conta: l’equilibrio, la bevibilità, la sensazione di armonia; in altre parole, la felicità possibile di un bicchiere.

Forse è per questo che la degustazione alla cieca mette a disagio molti professionisti: perché restituisce al vino una verità scomoda, quella del piacere. Un piacere non certificabile, non difendibile con grafici, non raccontabile con parole difficili. Un piacere che esiste o non esiste come l’amore, come la fame e come la sete.

Infine, per farla breve: se vogliamo davvero capire il vino, dovremmo ogni tanto smettere di studiarlo e tornare a berlo come fa l’uomo comune: senza sapere cosa sta bevendo, ma sapendo benissimo perché lo sta facendo.

Share the post

other posts