Sapete cos’è curioso? Che quando si parla di vino, tutti vogliono parlare del passato. La tradizione, l’antico, il legno, il focolare… e sembra quasi che la tecnica sia arrivata come un alieno a rovinare la festa.
No, fermi. Questa è la scorciatoia di chi non ha voglia di capire. La tecnica non è cattiva. È un attrezzo. Un martello non è buono né cattivo: dipende da dove lo dai.
E allora facciamoci una domanda da uomini e donne di vigna, non da nostalgici della pigiatura coi piedi. La tecnica… che cos’è stata per noi? È stata la possibilità di salvare vendemmie nei momenti peggiori. È stata la possibilità di studiare, capire, prevedere. È stata la possibilità di dire: “Questa volta non ci fregate, né voi muffe, né voi ossidazioni improvvise, né voi anni storti.”
Certo, qualcosa abbiamo perso. Benjamin l’avrebbe chiamata aura: quella cosa unica, irripetibile, che stava nell’incontro fra un’annata e una mano, fra il rischio e la cura. E sì, l’aura si è un po’ assottigliata. Ma attenzione: non è morta. È solo… spaesata. Sta aspettando che la andiamo a riprendere. E qui entra in gioco il presente. L’Hic et Nunc. L’adesso. Benjamin scriveva che l’aura è quell’istante in cui capisci che qualcosa accade solo una volta e che, mentre accade tu sei lì: non prima, non dopo, lì.
Allora io vi dico una cosa da enologo: il vino di oggi può essere tecnicamente perfetto e umanamente insignificante, oppure può essere tecnicamente perfetto e umanamente rivelatore. Dipende da cosa decidiamo di metterci dentro. Non parlo di lieviti, non parlo di barrique, parlo di intenzione. Di credibilità. Di coraggio. Di qualità intrinseca. Il rischio non è la riproducibilità. Il rischio è l’irrilevanza.
E allora: che dobbiamo fare? Io dico: dobbiamo far pace col laboratorio. Non trattarlo come un nemico, ma come un alleato che ci dà gli strumenti per fare un vino che non tradisca la sua terra. Che sia pulito, stabile, solido… ma non anonimo. Mai anonimo.
L’aura di Benjamin non torna se elimini la tecnica. Torna se la porti con te nel gesto. È lì che nasce la qualità vera: quando la tecnica ti permette di essere più preciso, più coraggioso, più aderente al tuo territorio. Quando non ti nascondi dietro la narrazione, ma fai parlare il bicchiere. Quando smetti di raccontare storie sul vino e cominci a raccontare storie dal vino.
E il mercato? Eh, il mercato… quello fa il suo mestiere: corre. Il nostro mestiere è un altro: fermarci ogni tanto. Guardare in faccia una botte, un grappolo, un cliente. E chiedergli: “Che cosa stai cercando, davvero?” Perché, se il vino torna a essere un gesto presente, sincero, allora sì che l’aura torna. Non quella romantica, museale. Quella viva. Quella che nasce quando apri una bottiglia e pensi: “Questo momento, qui e ora, non torna più.” Questo è l’Hic et Nunc. Non è il ritorno al passato. È la possibilità del futuro.
E allora il messaggio ai produttori è semplice, quasi banale, ma fondamentale: investite nella qualità vera, custodite la credibilità come fosse il vostro lievito madre, fate della tecnica un mezzo, non un fine, e ricordate che l’aura non è nel vino: è nel modo in cui lo fate accadere. Tutto il resto… sono bottiglie. Vuote.
