Il vino e l’enologia di oggi costruiscono il consumo del vino domani

I consumatori, oggi

I consumatori di oggi non sono peggiori di quelli di ieri, sono semplicemente diversi; sono figli del loro tempo, e il loro tempo è veloce, frammentato, spesso superficiale, sicuramente immediato. È una società, quella odierna, che consuma rapidamente contenuti, esperienze e relazioni. Una società che, probabilmente, non ha più la pazienza di decifrare codici complessi se non ne percepisce immediatamente il senso o il bisogno.

Il vino, che per secoli è stato compagno quotidiano e naturale della vita, oggi sembra, agli occhi del consumatore, voler parlare una lingua che sempre meno persone comprendono.

C’è un rischio concreto, che non è teorico ma è già in atto: che il vino si stia lentamente trasformando in un prodotto elitario. Non per il suo valore intrinseco, bensì per la distanza che crea. Una distanza fatta di linguaggi complicati, di rituali esasperati, di narrazioni che richiedono più tempo per essere spiegate che per essere vissute. È una deriva silenziosa, quasi impercettibile ma pericolosa, che rischia di diventare definitiva, perché quando un prodotto culturale smette di essere condiviso, smette anche di essere vivo.

Il vino, oggi

Allora la domanda non è se il consumatore debba cambiare, piuttosto la domanda è se il vino abbia il coraggio o anche solo la voglia di rimanere dentro il proprio tempo. Sia chiaro: non si tratta di banalizzare, non si tratta di trasformare il vino in una semplice bevanda. Si tratta, piuttosto, di restituirgli quella qualità originaria che lo ha reso universale: l’immediatezza. Un vino deve poter essere capito prima ancora di essere spiegato. Deve saper parlare al primo sorso, senza chiedere il permesso di essere interpretato. La cultura, se c’è, arriverà dopo ma il primo contatto deve essere diretto, istintivo, umano.

In questo senso, è bene specificare, la semplicità non è una riduzione, piuttosto è una conquista. È il risultato di un lavoro consapevole che elimina il superfluo e lascia emergere ciò che conta davvero e cioè un vino semplice che però non significa vino povero. Significa un vino che non ha bisogno di nascondersi dietro la complessità per legittimarsi oppure, meglio, un vino che accetta di essere giudicato per quello che è: buono o non buono.

L’enologia, oggi

Il valore di un vino non risiede nella geografia in sé (tutti i terroir hanno dignità) ma nella capacità di leggerla quella geografia, rispettarla e tradurla in qualcosa che sia apprezzabile nel bicchiere. L’enologia, quando è veramente tale, sa interpretare, non ha bisogno di imporre né tantomeno di sovrascrivere. Non si tratta di esibizione, piuttosto di traduzione.

Ogni traduzione ha un obiettivo preciso: rendere comprensibile e piacevole ciò che viene tradotto. Se questo non accade, il problema non è di chi ascolta ma di chi traduce. Per questo motivo, nel vino devono essere validi solo gli odori e i sapori piacevoli. Lo so, si tratta di una posizione netta ma necessaria. Le deviazioni sensoriali, anche quando vengono giustificate da teorie, correnti o visioni ideologiche, non diventano per questo virtù. Un odore spiacevole non acquista valore perché qualcuno lo spiega bene. Un difetto non si trasforma in carattere per il solo fatto di essere raccontato.

L’idea che tutto sia giustificabile in nome di una presunta autenticità è una scorciatoia pericolosa perché allontana il vino dalla sua funzione primaria: dare piacere. E quando il piacere viene messo in secondo piano rispetto alla narrazione, il vino smette di essere esperienza e diventa esercizio fine a sé stesso.

Il consumo del vino, domani

L’edonismo non è una parola da evitare, rappresenta quasi la radice stessa del vino. Bere vino è, prima di tutto, un atto di piacere, un piacere semplice, diretto e condivisibile. Non c’è bisogno di nobilitarlo oltre misura per renderlo legittimo, è già legittimo nella sua capacità di far stare bene.

Questo non significa rinunciare alla profondità, piuttosto significa renderla accessibile. Significa costruire vini che possano essere apprezzati da subito, ma che sappiano anche raccontarsi nel tempo a chi avrà voglia di ascoltarli più a fondo. È un equilibrio sottile, ma necessario perché senza accesso non c’è curiosità e senza curiosità non c’è cultura.

Il vino non deve diventare una bevanda qualsiasi ma deve tornare ad essere bevibile nel senso più pieno del termine. Deve tornare ad essere un gesto naturale, non una prova da superare. Deve poter accompagnare una cena tra amici, un tramonto, una vacanza, senza chiedere di essere analizzato o necessariamente raccontato, o peggio ancora giustificato, per essere goduto. Forse, più che insegnare alle persone come bere vino, dovremmo ricordarci perché lo abbiamo iniziato a bere e la risposta, se siamo onesti, è molto più semplice di quanto immaginiamo: perché era buono.

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