Negli ultimi anni una frase è rimbalzata sui giornali, nei convegni e sui social fino a diventare una sorta di verità incontestabile: “L’alcol è la droga più pericolosa del mondo.” La frase si basa sul celebre studio pubblicato nel 2010 da David J. Nutt e collaboratori su The Lancet. Uno studio serio, interessante e metodologicamente innovativo. Il problema non è il lavoro di Nutt. Il problema è il modo in cui viene raccontato.
La classifica di Nutt non misura la tossicità intrinseca di una sostanza. Non misura neppure il rischio derivante dal consumo di un bicchiere di vino. Lo studio valuta il danno complessivo che una sostanza produce all’interno della società, prendendo in considerazione sedici criteri differenti: mortalità, dipendenza, danni fisici, incidenti, criminalità, costi sanitari, perdita di produttività, problemi familiari e molti altri. È quindi una misura del carico sociale complessivo, non della pericolosità farmacologica. È una differenza enorme.
L’alcol è una delle sostanze psicoattive più consumate al mondo. Milioni di persone lo assumono ogni giorno. È quindi inevitabile che incidenti stradali, ricoveri, violenze domestiche, assenze dal lavoro e costi sanitari attribuibili all’alcol raggiungano valori assoluti molto elevati. Ma questo non significa automaticamente che un calice di vino sia più tossico dell’eroina o del crack. Significa semplicemente che una sostanza enormemente diffusa produce inevitabilmente un danno collettivo più grande. È la differenza che esiste tra rischio individuale e impatto sociale. Confondere questi due concetti significa trasformare un risultato scientifico in uno slogan.
Esiste però un altro modello, molto meno mediatico, che aiuta a comprendere il fenomeno in maniera decisamente più completa: è il modello elaborato dallo psichiatra Norman Zinberg. Secondo Zinberg gli effetti di una sostanza non dipendono esclusivamente dalla sostanza stessa, ma dall’interazione di tre elementi. Il cosiddetto triangolo tra la sostanza, la persona che la assume e il contesto nel quale viene consumata. È un cambio di prospettiva radicale. Il vino non è mai solo vino. Immaginiamo la stessa bottiglia: nel primo caso viene condivisa durante una cena, lentamente, insieme al cibo, tra amici; nel secondo caso viene consumata rapidamente, a stomaco vuoto, dopo una giornata di forte stress, con l’obiettivo di ubriacarsi. La sostanza è identica, ciò che cambia è tutto il resto, cambiano le motivazioni, i comportamenti, cambia il contesto e il rischio. Secondo Zinberg questi fattori sono determinanti nel comprendere sia gli effetti immediati sia il rischio di sviluppare un disturbo da uso di alcol.
Quando si sostiene che “il vino è pericoloso perché contiene alcol” si compie una semplificazione. È un po’ come sostenere che l’automobile sia responsabile di tutti gli incidenti senza considerare il conducente, la velocità, il meteo, la manutenzione della strada o il rispetto del codice. Naturalmente il motore conta, ma non è l’unico fattore. Allo stesso modo, l’alcol ha effetti biologici ben documentati e può causare dipendenza, malattie e incidenti. Negarlo sarebbe scorretto ma attribuire tutto alla molecola ignorando la persona e il contesto significa rinunciare a comprendere il fenomeno.
Da secoli il vino accompagna il pasto, la convivialità, il rito religioso e la socialità di molte culture. Questo non rende il vino innocuo ma nemmeno lo trasforma automaticamente nel principale responsabile dei danni osservati nella società. La vera differenza la fanno i comportamenti, la cultura del consumo, l’educazione, la moderazione e la responsabilità individuale.
Lo studio di David Nutt merita di essere letto, non semplicemente citato. Il modello di Zinberg merita di essere ricordato ogni volta che si parla di alcol. La scienza raramente offre risposte semplici. Quando una ricerca complessa viene ridotta a una frase ad effetto, il rischio è quello di perdere proprio ciò che la rende scientificamente interessante. Per questo motivo il dibattito sul vino dovrebbe uscire dalla logica dei titoli sensazionalistici e tornare a fare ciò che la buona ricerca insegna da sempre: distinguere, contestualizzare e comprendere. Perché la conoscenza non nasce dagli slogan: nasce dalle sfumature.


